11 settembre 2011: il giorno in cui il web si fermò



Tutti ricordiamo i drammatici eventi di dieci anni fa, quando le torri gemelle, uno dei simboli della potenza americana, crollarono in un’enorme nuvola di polvere che dissolse nel vento le vite di quasi 3000 vittime innocenti. In quelle ore drammatiche la fame di notizie di centinaia di milioni di persone s’infranse contro il crollo della rete internet, che lentamente cedette fino a diventare in pratica inutilizzabile. Erano necessari oltre 100 secondi per raggiungere il sito della CNN e oltre 150 per visualizzare, parzialmente le pagine del New York Times. Praticamente irraggiungibili i siti della Casa Bianca, della NASA e gli altri siti degli enti governativi statunitensi. In poche ore tutta l’America del Nord, ma anche molti portali europei e Italiani, non erano raggiungibili via WEB. Nei giorni successivi, dopo il dolore e lo sgomento per l’attentato, iniziò una polemica tecnica su come fosse stato possibile che la rete ideata per resistere a un attacco nucleare globale avesse ceduto in modo così clamoroso senza che nessuna infrastruttura tecnica fosse stata colpita. Ma la rete non aveva subito nessun contraccolpo in seguito all’attacco terroristico. Quello che aveva clamorosamente ceduto erano state le infrastrutture locali dei fornitori di notizie che avevano reagito alla mole di richieste degli utenti come di fronte ad una sorta di attacco DDOS. Infatti, nei giorni successivi, aggiungendo linee, server e servizi, le cose ritornarono a una parvenza di normalità. La prova è che una mole enorme di notizie continuò a fluire in quelle ore drammatiche attraverso le message board indipendenti con aggiornamenti in tempo reale.Oggi, alla luce delle innovazioni del WEB 2.0 e con le innovazioni tecnologiche delle comunicazioni molto probabilmente Twitter e Facebook riuscirebbero, grazie alla distribuzione internazionale dei server, a garantire le comunicazioni. Ma, francamente, nessuno ha voglia di averne una prova certa.